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giovedì, 16 dicembre 2004

LA PLAYLIST ROMANZATA: PUNTATA NUMERO 2

Ci risiamo. Dopo la pubblicazione sul famoso o infausto giornale, fate voi, mantengo la promessa e pubblico qui la spiegazione dettagliata dei futili motivi che mi hanno condotto a scegliere i dieci dischi sottostanti come i miei preferiti del 2004. Siccome i motivi sono davvero futili e per me quindi importantissimi, ripeterò l’esperimento già tentato (con successo: ah sì?) un anno fa. Brevi spiegazioni per ogni titolo: perché la musica e le canzoni girano nel mondo lì fuori. E lontano dal mondo lì fuori (e soprattutto dal nostro), non significano nulla.

Cioè, questi dieci sono quelli che mi sono piaciuti maggiormente, anche se magari ce ne sono alcuni che ho ascoltato di più (oltre al nostro prossimo venturo, come ha scritto Gigi, un migliaio di volte davanti al mixer), per esempio quello dei Kings Of Convenience. Prima di cominciare, piccole postille: scrivo la classifica del 2004 perché per l’anno prossimo sarà inutile compilarla. Ahahahah. E poi: siccome mi sono già annoiato alla riga numero 5 di scrivere in prima persona (e mi toccherà farlo per le prossime), tutti i vostri contributi, giudizi, commenti et cetera sono ben graditi. E’ molto personale, e quindi non siete obbligati a leggerla, e in fondo i blog funzionano così: solo per dirlo. Insulti e felicitazioni al solito indirizzo, grazie.

  1. N*E*R*D* - Fly Or Die: negli anni turbolenti della giovinezza, quando ascoltavo Radio Flash e Giorgio Valletta metteva su il primo disco di Lenny Kravitz pigliavo il telefono e gli telefonavo. E gli dicevo: scusa Giorgio, ma Lenny Kravitz fa cagare, perché lo passi? E lui, composto ed elegante come sempre mi spiegava che non faceva così tanto cagare. In effetti non sapevamo che il peggio di Lenny Kravitz sarebbe arrivato dopo. E quindi: magari i N*E*R*D* vi fanno cagare, ma io li difendo perché in futuro potrebbero essere molto peggio. Alcune altre piccole ragioni aggiuntive. Quando ci piace una cosa o abbiamo il sospetto che ci piaccia, cerchiamo sempre qualche forma di complicità. Tornando in macchina dalla montagna con la famiglia misi su il disco e la mia signora mi disse con delicatezza: cos’è questa merda? Toglila, ché il bambino si sveglia! Metti i Kings Of Convenience. Poi abbiamo fatto due ore di coda per percorrere 50 km. A me quella merda piaceva e piace tuttora, allora sono andato a cercare dei complici. Il mio caro amico Maurizio mi ha detto che per lui è un disco spettacolare e l’ha messo al primo posto della sua playlist. Evvai. Il mio caro amico Andrea mi ha detto: quando l’ho sentito la prima volta pensavo che Mike Watt avesse rimesso su i fIREHOSE. Evvai. Il mio caro fratello ama questo disco. Evvai. Cioè, sono alcune buone ragioni per apprezzare quella merda, secondo me. E se li ascoltavamo quella volta in auto forse non facevamo neanche la coda.
  2. Keren Ann – Not Going Anywhere: cioè, è che ogni anno mi sembra che ci sia un disco che ha a che fare con l’Aurelia. No, in realtà questo è diverso, perché ha a che fare con la Liguria, e con la Francia. Perché l’autrice è francese. Premessa: a molti Perturbazione piace un casino Suzanne Vega. Se non vi piace Suzanne Vega, se poso dirlo, è proprio solo un problema vostro. Comunque a Capodanno passato siamo andati sul lungomare di Nizza (non Monferrato, quella è arrivata dopo, e poi non ha il lungomare), in quanto cafoni italiani, per festeggiare assieme ad altri svariati cafoni italiani. Proprio con l’auto in quarta fila e la bottiglia stappata al porto. E abbiamo percorso di notte il tratto che va da Sanremo a Nizza, in autostrada. Se non l’avete mai fatto, fatelo. Poi l’abbiamo rifatto giorni dopo. Ma abbiamo viaggiato durante il giorno. Autostrada: Sanremo-Nizza. Siamo andati in città e c’è tipo questo centro commerciale che si chiama credo Les Etoiles dove un’ora di parcheggio costa credo 6 euro e che in quanto cafoni italiani abbiamo visitato assieme ad altri svariati cafoni italiani. Volevo comprare dei dischi, sai che novità. E presi un vecchio disco di Keren Ann e anche quello di Lady & Bird, che è un suo progetto parallelo. Al ritorno in auto - attenzione, momento di poesia - il sole stava tramontando. E l’autoradio suonava quel disco lì, per l’esattezza la cover di Stephanie Says dei Velvet Underground, che oltre a essere una delle più belle canzoni del mondo, è stata anche coverata da noi. La versione di Lady & Bird è più bella, però. Il disco di Lady & Bird è pazzesco. Ma è uscito nel 2003. Quello di Keren Ann al principio del 2004. È un disco altrettanto bellissimo. Mi ricorda Suzanne Vega. Mi ricorda che ero in auto coi miei migliori amici e che avrei voluto isolare quel momento come in una tavola di un fumetto, che la luce latitava, che dietro di me la mia signora stava seduta incinta di sette mesi e il ricordo della gravidanza quando poi ti nasce un figlio ha sempre qualcosa di vai a sapere perché romantico più di quanto in realtà non fosse comunque lei era bellissima davvero in quell’istante ma anche dopo; che la costa era altrettanto bellissima, anche all’altezza di Montecarlo, sì; mi ricordo che c’era qualcuno che mi chiamava al cellulare dall’Italia e io mettevo giù per non pagare; che ho pensato che vivere in Francia deve essere mica male, che lo penso ogni volta che ci vado. Ma non so il francese. Allora poi mi passa.
  3. Iron & Wine - Our Endless Numbered Days: anche già solo per il titolo. O no? Comunque nel periodo in cui ascoltavo questo disco facevo il pendolare tutti i giorni con Diego tra Salerno e Avellino. Un giorno mi fa: dai, andiamo a prendere un limoncello a Vietri (sulla costiera amalfitana, nda), fanno il limoncello più buono del mondo. Ora: bisogna sapere che io (a pari merito con Gigi, direi) sono molto ghiotto di limoncello. Epperò: ho guardato il disco e gli ho detto: mi spiace, ma devo stare qui a casa (che poi era casa sua) a scrivere la recensione di questo disco. Che era Iron & Wine. Allora ho pensato: che forse in vita mia non avrei mai visto Vietri. E mai assaggiato quel limoncello. E che quindi quel disco per forza che doveva piacermi così tanto da affogare il dispiacere. E comunque Diego a Vietri poi quel giorno c’è andato.
  4. TV On The Radio - Desperate Youth, Blood Thirsty Babes: naturalmente uno di quei titoli che si inserisce in una playlist perché fa molto figo e così chi legge pensa, be’, però, insomma, ‘sto qua. I TV On The Radio mi sembrano uno dei pochi gruppi che oggi ha in testa un’idea di cosa sia e debba o possa diventare il rock, domani. Hanno fatto un EP mostruoso, con una cover dei Pixies che è già storia. Ecco, magari non c’entrano moltissimo coi Pixies, ma a me ‘sto disco dà quella pulsione elettrica e nervosa lì, alla Pixies. E poi è il primo disco che ho comprato su eBay. E poi, vorrete perdonare il razzismo lancinante: ma finalmente (dopo Chuck Berry e i N*E*R*D*) un negro che sa maneggiare il rock. O volete morire di Living Colour?
  5. Telefon Tel Aviv – Map of What Is Effortless: reduce dal concerto di ieri sera. Visto mezzora. Stanco. Avrei voluto ucciderli. In due, sul palco, fermi come la difesa dell’Inter, dietro due Apple portatili. Una rottura infinita. Per fortuna che il disco è diverso. Tutto quello che si vorrebbe dall’elettronica: futuro e calore. E poi c’è la cantante de L’Altra. Che è già un ottimo motivo per. Anche se ieri notte volevo morire.
  6. Caetano Veloso - A Foreign Sound: consumato nei viaggi Torino-Pavia, Pavia-Torino. Se c’è una cosa che sostanzialmente detesto è il mito di Veloso e del tropicalismo, sospinto da gente che non ha mai sentito i dischi in questione e pensa che Veloso sia un Toquinho radical-chic e presentabile. Questo è un disco solo di cover. Ce n’è anche una dei Nirvana. Per me è super(bo).
  7. Phoenix: Alphabetical: ok, in Francia (sono francesi) li odiano. Sono super sputtanati. Poco importa. I Phoenix mi sembrano uno dei pochi gruppi che oggi ha in testa un’idea di cosa sia e debba o possa diventare il pop, domani. Il singolo (Everything Is Everything) ha un arrangiamento e una produzione da restare a bocca e stereo aperti. E, se posso dirlo, shhhhhh, c’è almeno una trovata ritmica che gli abbiamo rubato e messo nel nostro prossimo disco. Ma forse nessuno se ne accorgerà mai.
  8. Franz Ferdinand – Franz Ferdinand: sono stati il gruppo dell’anno. E quindi poi uno li mette in classifica anche solo per principio perché a molti stanno sulle pa. Si dice che dal vivo spacchino, e non c’è ragione per dubitarne. Quando ho intervistato il batterista al telefono non c’ho capito un’acca, scozzese che parla con accento peggio di Belle & Sebastian e Arab Strap messi assieme. Un giorno ero in un negozio di scarpe per comprarmi un paio di scarpe. Mi sono distratto perché là dentro il negozio Hit Channel (l’emittente radiofonicotelevisiva che manda il video assieme alla canzone) stava trasmettendo Take Me out: e ho pensato: i Franz Ferdinand! Minchia! Poi ho comprato le scarpe insicuro se fossero davvero quelle che volevo e me ne sono andato. Giorni dopo ho passato un intero pomeriggio a sentire il disco a ripetizione, seduto alla scrivania, col mio amico Marco seduto dall’altro lato. Poi un giorno, molte settimane dopo, il mio amico Marco mi manda un sms in cui scrive: Franz Ferdinand! Minchia! Guarda le coincidenze. E infatti poi le scarpe andavano bene.
  9. Elliott Smith - From a Basement on the Hill: questa sarebbe un po’ lunga da spiegare. Diciamo che ci sono dischi che uno attende un casino e che poi stranamente ti ripagano. All’inizio mi ha lasciato un po’ così. Poi un giorno ho sentito per caso su una compilation de Les Inrockuptibles, mentre fingevo di fare le pulizie di casa, una canzone che si chiama Twilight. Sta sul disco, ma quasi non me n’ero accorto. Ecco, sentitela. Poi capite tutto. Elliott è. Punto.
  10. Morrissey – You Are the Quarry: anche questa sarebbe un po’ lunga da spiegare. Diciamo che ci sono dischi che uno attende un casino e che poi stranamente ti ripagano. All’inizio non mi ha lasciato un po’ così. Mi è piaciuto subito, se vogliamo anche con penosa assenza di gusto critico. Poi ho capito perché: perché è proprio un signor disco. Dice: seeh, ma se Morrissey non era il cantante degli Smiths… Avete voglia di perdere tempo? Morrissey era il cantante degli Smiths. Ma soprattutto: Morrissey è Morrissey. Produzione eccellente. Canzoni gigantesche. E testi che fanno scomparire chiunque (tranne Mark Eitzel, ovviamente). Che invidia per chi non sa chi è Morrissey e ha ancora tutto davanti da scoprire. Resta il più grande. Anche quando fa dischi brutti. Se poi li fa belli…

rossano - perturbazione

Postato da: perturbazione a dicembre 16, 2004 12:58 | link | commenti (17) |