Buone vacanze







P.S.
Grazie a Nonno Joe per le fotografie
perturbazione
Aiaiaiaiaiiiiii cantava....

Concerto alla Darsena, Castiglione del Lago, Perugia.
Tommaso introduce:
-Un'etichetta indipendente, la Kirsten's Postcard, ci ha chiesto di partecipare ad una compilation tributo ai Belle and Sebastian.-
Applausi
E continua:
-Questa sera suoneremo quindi la canzone che abbiamo preparato per l'occasione-
Applausi forti
Pausa
-Però abbiamo pensato di provare a fare una cosa particolare. Abbiamo tradotto il testo della canzone in italiano!!-
Silenzio
Dal fondo della sala una voce maschile, molto bassa:
-Aia...-
Ci guardiamo tutti e scoppiamo a ridere. Poi attacchiamo a suonare Portami via di qua, sto male, la nostra traduzione (Aia version) di Get me away from here, I'm dying.
Se volete ascoltarla anche voi, l'intera compilation è downloadabile gratuitamente dal sito della Kirsten's Postcard
perturbazione
Da Bella Ciao a Ciao Belli
Il 1 luglio abbiamo suonato al Colle del Lys per l'appuntamento "Resistenze elettriche". In quell'occasione avevamo deciso di proporre, a mò di lettura, una nostra personale opinione sulla Resistenza. Ne abbiamo parlato tutti insieme e Tommy ha scritto di getto un testo che riportiamo qui integralmente. Qualcuno ce l'aveva chiesto.
Resistenza elettrica: una cosa che scalda, una serpentina per aumentare la temperatura dell’acqua, dell’aria, di un liquido o di un gas.
Resistenze elettriche, al Col del Lys…per scaldare l’animo.
Ci chiama Lorenzo, un vecchio e caro amico che da anni lavora con L’Arci e che si sta occupando insieme ad altre persone di organizzare questa edizione di Resistenze elettriche. Ci vorrebbero lì, ospiti della manifestazione. La prima cosa che mi viene da pensare, la prima stupida, banale, infantile sciocchezza è: “ma noi suoniamo canzoni d’amore… come ci saliamo su un palco su cui si commemora la resistenza?!” ed è un pensiero stupido, è ovvio…cos’è? i partigiani non si innamoravano? Non piangevano anche loro per un cuore spezzato? Non si innamoravano della ragazza sbagliata pure loro, della ragazza di Bube? Perché ci trasciniamo dietro questa retorica del soldato d’acciaio, del combattente tutto concentrato solo e soltanto sulla Liberazione dal nazifascismo?
Resistenza è una parola che associamo a dolore, lotta, libertà, lacrime, terrore, tortura…perché non potrebbe voler dire ‘amore’?
La prima cosa che ti viene da pensare se sei un musicista rocckettaro un po’ bestia: “che cosa gli vado a suonare?” La seconda è: “non c’è bisogno di cercar lontano, ce l’hai sotto al naso la resistenza, basta guardare all’Alta velocità e cosa succede in valle da anni…ma qualcosa si inceppa anche lì, perché fai il musicista e un musicista suona e non dovrebbe fare discorsi, perché di solito si incarta su se stesso e perché…perché lui è un musicista e la musica è il linguaggio con cui si esprime, per il quale è stato chiamato!
E allora suona! Suona e non rompere i coglioni, fai i tuoi pezzi, prendi i soldi, vai a casa e dormi in pace!
No! Perché il linguaggio della musica mi ha parlato, mi ha parlato della resistenza, di quella di 60 anni fa e di quella attuale che, mi dicono i fatti, hanno della analogie ma anche delle enormi differenze. E allora perché la musica, quelle differenze non me le racconta? Perché se ascolto il cosiddetto ‘popolo del no tav’ scendere a valle dopo l’ultima manifestazione, ascolto Bella Ciao e non una canzone nuova, che riesca a simboleggiare una resistenza nuova? Ora dirò qualcosa di impopolare e potete anche fischiare, ma lo dico: Bella Ciao non la vogliamo suonare e non la suoneremo e sapete perché? Perché anche Bella Ciao può essere retorica! Perché proprio lei, la canzone che è arrrivata a rappresentare la Resistenza, una canzone che i discorsi se li porta a casa tutti, una canzone che sa esprimere così bene il desiderio di libertà ma anche l’universale senso di smarrimento di fronte alla morte dell’ uomo per mano di un altro uomo, sì, proprio lei, Bella Ciao, cade, rovina, e si abbatte sotto i colpi della retorica.
I motivi sono molteplici: primo, perché una cosa molto simile a una preghiera, proprio come una preghiera, se la reciti in continuazione, perde di forza e significato, perché siamo donne e uomini con un’anima, e non pappagalli.
Secondo, conseguenza del primo: perché la maledizione del partigiano sta prorio lì, nella memoria, che non è commemorazione ma è una cosa viva, è il vestito di tutti i giorni e non quello della festa, non è una targa o una lapide… ma le lapidi servono a ricordare o scaricarci la coscienza? Bella Ciao questa domanda la salta a piè pari come sa fare solo una canzone e un po’ di quell’orrore lì, di quella speranza lì, di quella lotta lì te li restituisce, traspira sudore, lacrime e sete di libertà. E disperazione… ma se la canti sempre, ti svanisce tra le mani…
Terzo: perché il facsismo un po’ lo abbiamo dentro, è entrato in noi, non quello del ventennio, ma quello di Pasolini, che già pochi anni dopo il ’68 ci mette in guardia che ciò che il fascismo non è riuscito a fare in vent’anni, lo fa il consumismo in pochi mesi, in poche settimane, in pochi minuti.
Pasolini prevede che non si riesca più a distinguere un fascista, almeno a livello estetico, in mezzo a una folla perché sarà perfettamente mimettizzato, perché i suoi costumi sociali e culturali sono simili a quelli di ognuno di noi. Perché siamo tutti consumisti, fascistizzati, produci, consuma, crepa. Se smetti di consumare, sei morto.
Allora non fa più tanto effetto vedere che alla fine, alla festa della Lega e a quella dell’Unità, troppo spesso gli stand si assomigliano al punto di non sapere più dove ti trovi…resta la politica, giusto? Ce n’è anche per quella, non preoccupatevi. Pasolini dice che in tanti anni non abbiamo fatto nulla perché un fascista non fosse tale, non abbiamo mai impostato un dialogo politico reale ma lo abbiamo accustao di fascismo razzisticamente, come se fosse una cosa che uno ha nel sangue…
Uno dirà…Pasolini avrà scritto anche un sacco di cazzate…
Sarà, ma allora perché la mia generazione ha ballato e saltato ai concerti in cui si cantava “se vedo un punto nero ci sparo a vista?” Ciò di cui voglio parlare stasera è il senso della musica, questo non è un discorso politico ma una specie di canzone e tutte le cose che pensavo, non ci stavano in una canzone strofa strofa ritornello, non trovavo le parole. Non trovavo Bella Ciao…Viene fuori questo, che sembra più un tema in classe che una canzone, ma se uno non ci prova, che ci sta a fare, eh? me lo dite voi? Se non si lancia una sfida, da questo palco stasera, che cosa lo commemoriamo a fare con questo eccidio? I partigiani, che hanno sofferto e lottato su queste montagne, ho la presunzione di pensare che lo abbiano fatto anche per la libertà di parola, libertà di parola vuol dire libertà di espressione e libertà di esprimersi, di trovare le parole per raccontare. Tanti racconti, tante lettere e tanti romanzi ci hanno provato in questi anni, Fenoglio, Vittorini, Primo Levi, Pavese, cosa saremmo senza i loro libri? E la musica? Guccini, De Gregori, Fossati, ma canzoni nuove? Di adesso? Dell’epoca in cui il consumismo ci sta azzerando quasi del tutto? E cioè, dell’epoca in cui, veramente, il fascismo è accaduto?
Resistere a un treno che ci vendono come benessere, e invece è malessere è un dovere. Resistere alle parole che ci danno false sicurezze è un dovere altrettanto.
Riprendiamoci la parola, allora. Dopo, cantare Bella Ciao sarà un’altra storia. Sono sicuro.
Con affetto
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